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Carbonia. La “Preghiera in mare” di Stefania Rocca per le “Notti a Monte Sirai.

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La fotografia che correda questo racconto dello spettacolo “Preghiera in mare”, che la brava Stefania Rocca ha proposto domenica scorsa a Monte Sirai, è un’immagine che racconta meglio di mille parole il dramma dell’ondata di migrazioni dall’Africa verso l’Europa. 07 20 migranti webAl primo approccio risaltano il verde del campo da golf, i due giocatori vestiti di bianco, le palme. Dove sono i migranti? A forza di vederli in primo piano, al centro dell’immagine o in basso, ripresi dall’alto di un’imbarcazione più del gommone in cui si ammassano o da un obiettivo che li coglie seduti, privi di forza, dentro un’imbarcazione di qualche ONG o sul molo di un porto della Sicilia, quasi ci sfuggono: sono in alto, appollaiati sulla rete, controllati dalla polizia di frontiera affinché non mettano piede sul suolo. Sono rimasti lì, al confine fra il Marocco e l’enclave spagnola di Melilla, quasi come gli uccelli migratori – ha fatto notare l’attrice, mostrando la foto proiettata su uno schermo sul palcoscenico – che vediamo nelle nostre città sui fili elettrici e sugli alberi in attesa di partire o di passaggio verso altre mete e ci danno fastidio perché sporcano le automobili e i marciapiedi, così come i migranti dall’Africa e dall’Oriente vicino e lontano, “sporcano” la nostra europea tranquillità. Tutt’attorno palme, prati, abiti puliti, serena indifferenza: finché restano lassù – ci rimasero per ore e ore – non fanno paura, finché i gendarmi li terranno a bada. La foto, per completezza di informazione, risale al 22 ottobre 2014 ed è stata scattata da José Palazòn, della ONG iberica Pro.De.In.
Come si sarà compreso, il perno narrativo di “Preghiera in mare”, primo appuntamento delle XIII “Notti a Monte Sirai”, organizzate dall’Associazione Enti Locali per le Attività Culturali e di Spettacolo, con il contributo dell’amministrazione comunale e la collaborazione della Fondazione di Sardegna e della regione, è la smisurata tematica delle migrazioni e dei migranti, osservata dalle opposte posizioni di chi arriva e di chi riceve le quali non infrequentemente, come ha messo in evidenza la scelta dei testi, si intrecciano quanto meno nel retaggio proprio dell’umanità: un terreno comune su cui si potrebbe razionalmente e sentimentalmente costruire una convivenza, spegnendo i fuochi dell’ignoranza, del pregiudizio e della paura del diverso (la xenofobia, per l’appunto) su cui soffiano i demagoghi di ogni tempo.
Le vite di chi c’era già e di chi è sopraggiunto si mescolano soprattutto nelle periferie urbane, i cui paesaggi si assomigliano tutti come si assomigliano gli uomini: manca però l’incontro, vince la diffidenza, spesso la reciproca emarginazione. Ritornano i racconti più lontani della nuova emigrazione del XX secolo, quella dall’Albania, che per prima fece conoscere all’Italia del dopo Guerra Fredda, una realtà inimmaginabile, quella delle traversate in piena notte, degli “scafisti” e dei trafficanti di uomini, il cinismo e la crudeltà, il terrore negli occhi dei superstiti. Chi scappa dalla misera e dalla guerra o da entrambe non sa come arriverà fin qui, ogni pista, ogni rotta, ogni mezzo può essere quello buono: non ci sono confini invalicabili, anzi a volte quelli più impervi sono quelli del cuore e dell’anima o dei recinti costruiti dentro e attorno ogni uomo: come quello dell’automobilista al semaforo alle prese con il lavavetri immigrato, mirabilmente raccontato da Stefania Rocca in uno dei passaggi più efficaci della performance.
Brava, si è detto all’inizio, lo è stata davvero, l’attrice torinese, un volto fra i più conosciuti dal pubblico del cinema e della televisione: perché ha saputo collocare lo sconcerto, il disgusto, la rabbia e lo stridore delle storie raccontate – i testi erano di Gian Maria Testa (“Da questa parte del mare”), di Jack Kerouac (“On the road”) e di Bruce Springsteen (“Promised land”) e altri ancora – dentro una cornice di dignità e rispetto, quasi si direbbe: eleganza, disegnata sul tono accorato ma mai alla ricerca del facile spigolo, la misura del gesto e dello stare sul palco. In questo intento è stata assecondata efficacemente dai due musicisti che l’hanno accompagnata: Raffaele Casarano ha aderito al tratto della narrante, con un eloquio pacato e sommesso, un sound privo di vibrato che ha ricordato Jan Garbarek, mai didascalico né evocativo ma piuttosto “invocativo” quasi a voler richiamare la “preghiera” del titolo o il lamento di chi, per gridare non ha più forza; solo quando, ad un certo punto, ha imbracciato il sax soprano, il suono si acceso, il ritmo si è fatto più incalzante, grazie anche, nel frangente, all’apporto percussivo del pianoforte di Antonio Fresa (noto tra l’altro come componente della Social Band di Rai Radio 2), per il resto anch’egli ben immerso nel clima complessivo della rappresentazione.
Lo spettacolo si è chiuso con un bis, nel quale Rocca ha tratteggiato una leggenda dei nativi americani che affronta il tema dello smarrimento dell’uomo, contrapposta alla capacità della natura di “stare al mondo” seguendo le “istruzioni” ricevute dal Creatore: una parabola che questo nostro pianeta, preda inerme di eventi catastrofici legati al cambiamento climatico, dovrebbe riscoprire proficuamente.

Giovanni Di Pasquale

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