Seduta in un piccolo ristorante dove solitamente pranzo quando sono al lavoro. Aspetto il mio turno e mi guardo attorno cercando di indovinare le vite di chi sta accanto a me. La maggioranza, uomini di circa 45 anni. Mangiano robusto e bevono. Tavoli da due, da quattro e da sei. Per la sala un mormorio sommesso ma insistente, ricorda uno sciame e, ogni tanto viene interrotto da risa o parole particolarmente pesanti…diciamo che il “perdindirindina” non è contemplato in quel luogo. Dopo l’ordinazione, in attesa di essere servita, ho ancora del tempo per osservare i commensali. Alla mia sinistra, un gruppo di sei uomini con la divisa del fornitore di energia elettrica nazionale, parlano del nuovo presidente del consiglio citando l’attendibile fonte de Il Giornale. Tra loro, un saccente fascista, auspica l’inserimento di Berlusconi, “unico vero politico italiano”. L’affermazione gode di assenso e lamentela in egual misura. Tra me e me penso che mi piacerebbe dire al politologo se ha provato a consultare altre fonti. Ovviamente non lo faccio. Ascolto la mia stanchezza e penso, oltre a essere inopportuna e invadente, utilizzerei energie residue della quale necessito assolutamente in considerazione del fatto che mi aspettano ancora quattro ore di lavoro. Alla mia destra un uomo solo che guarda la tv, suppongo per darsi un tono. Ha appena finito di mangiare e aspetta il caffè appena ordinato. Intanto stuzzica i denti con estrema cura. Nel farlo, il braccio non impegnato nell’impresa, abbraccia con l’incavo del gomito il pomolo della sedia. Sembra a suo agio, come si trovasse seduto al tavolo della sua cucina e in solitaria. L’operazione è prosaicamente portata a termine all’arrivo del caffè. E’ una attività che mi genera fastidio e curiosità insieme. Davanti a me un trio variegato. Uno in tuta da lavoro, due vestiti in jeans e camicia. Il figaccione in camicia bianca sagomata, di almeno due taglie più piccola e pericolosamente stirata nella zona addominale, ha dei lunghissimi e radi capelli neri che continua ad agitare e far ondeggiare come la modella di una nota marca di lacca degli anni 80. Prima dell’arrivo della portata, tira indietro la testa e comincia ad armeggiare con un elastico…et voila…la coda de cheval è pronta. L’altro tipo ha un tic e continua a roteare la testa come per scrocchiarla. Parlano delle ferie in luoghi esotici, di tette e culi femminei e del numero di “trombate” fatte in tale o tal altro posto e, giù grasse risate. Fortunatamente la stessa volgarità la esprimono anche nell’affrontare le portate e tappano la bocca evitando l’emissione di altre perle di performance amatorie. Guardo la stanchezza nei volti delle esauste cameriere e non invidio il loro andirivieni tra quei tavoli zeppi di virile maleducazione. All’improvviso sento addosso l’imbarazzo per il mio sesso. Finalmente arriva la mia ordinazione e il sorriso dolcemente stanco della cameriera,, mi dice di rassegnazione e caparbietà , per sorellanza decido di infischiarmi del pubblico maschile e addentare le bontà che ho davanti a me.
Claudia Serra
Seduta in un piccolo ristorante (di Claudia Serra)
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