IERI MI SON CONCESSO ‘UN VIAGGIO’. IN PERIODO DI PANDEMIA MARCEDDI’ MI E’ SEMBRATA SAINT TROPEZ Sono andato allo stabilimento della 18 di Arborea per comprare le cozze Niedditas. Quelle vere, appena raccolte, piene da gustare crude, condite con limone o con aceto e un bel pezzo di coccoi, con gli spaghetti e la bottarga, con olio d’oliva, aglio, prezzemolo e pomodori secchi. Un viaggio con la musica a tutto volume in un paesaggio che ti ricorda la Camargue, eppure anche questa è Sardegna, quella di Arborea che schizza nelle percentuali del pil ed emerge per le sue eccellenze agricole e latteo- casearie.
Osservo le stalle sonanti di muggiti, i campi verdeggianti di erba medica, le serre ricolme di primizie e di fragole rosseggianti,
ma la mia attenzione va tutta a questa costruzione che sta lì da 80 anni e che molti non sanno neppure cos’è.
E’ UN PEZZO DI STORIA, NON BELLA MA CHE BISOGNA CONOSCERE. VE LA RACCONTO
Hitler era convinto che la Sardegna potesse rappresentare l’ideale testa di ponte per un massiccio sbarco nemico sul continente. Forse era stato proprio Mussolini a suggestionarlo, definendo la Sardegna ‘la portaerei del Mediterrane’. Così l’ipotesi fu presa molto sul serio dagli alti comandi e già nel 1941, quando ancora la guerra sembrava volgere a favore del terzo Reich, lungo tutta la costa, in particolare intorno ai grandi golfi, si costruirono vere e proprie fortificazioni. Oggi ci capita di dare uno sguardo distratto a queste costruzioni in calcestruzzo mimetizzate dalla vegetazione, con le temibili aperture per le mitraglie disposte a pochi metri l’una dall’altra. Da queste fortificazioni i giovani soldati tedeschi speravano o temevano di scorgere, prima o poi, le nere sagome di una flotta nemica. Quel giorno non arrivò mai, ma a camminare fra quelle rovine, ancora oggi, il vento tra gli arbusti e il mare sulla scogliera, quell’infinita attesa sembra ancora sospesa nell’aria. Non si tratta certamente di capolavori architettonici né di reperti archeologici, ma in quei ruderi militari resta ancora qualcosa della nostra memoria che non deve andare perduto e che potrebbe insegnare ai nostri figli più di cento lezioni di storia, rappresentando il volto freddo della guerra e l’angosciante militarizzazione di un pacifico paesaggio. (
Angelo Mascia, da (L’Isola dalle vene d’argento)