Sotto una melaleuca ad aspettare. Aspetto che mi venga consegnata l’auto. Controllo annuale nell’officina meccanica della concessionaria. Oltre il recinto la S. S. 126, le macchine filano veloci nei due sensi di marcia. E’ una strada che rievoca numerosi ricordi. Avevo otto anni. Vivevo a Nuxis in via Grazia Deledda. Avevo otto anni e ci trasferimmo a San Giovanni Suergiu nella casa del custode in mezzo al nulla oltre il grande mostro ferroso che era la Calcidrata, altoforno che trasformava grosse pietre bianche in calce. Mio padre era il capo forno. Noi lo seguimmo e trascorremmo in quel luogo due anni, a me parvero molti di più. L’anno scolastico, era già cominciato. Gennaio 1977. Ricordo il primo impatto con la nuova realtà scolastica. Venivo da una piccola scuola, nuovissima. Arrivavo in una grande, datata con una facciata alta e severa. Fronte al portone d’ingresso una scalinata conduceva al primo piano. A destra e sinistra dello stesso portone, due ampi corridoi. Nella terza porta del corridoio a destra, la mia nuova avventura. La scuola al pomeriggio io non la conoscevo e mi sembrava strano andarci in un orario in cui solitamente io facevo i compiti a casa. Di quel pomeriggio in particolare, ricordo il senso di irrealtà e inadeguatezza. Fortissima la voglia di piangere e l’orgoglio ricacciava dentro disagio e fragilità. Non ricordo i visi dei miei compagni e delle mie compagne quando mi presentarono, tantomeno ricordo la maestra. Erano tanti e tante, molti più di quelli ai quali ero abituata. Dov’era Lisa? Con un nodo in gola, cercavo di dirmi che sarebbe passato, presto sarei ritornata alla nuova casa, dai miei genitori, da Lellino e Ciccia e allora avrei potuto dare sfogo alle lacrime senza sentirmi piccola o stupida. La maestra mi diede posto in un banco vuoto e da quel momento cominciò la mia esperienza nella classe. La mia prima lezione della maestra Margiani Ghisu. Storia! La mia materia preferita. Mi passarono un sussidiario diverso da quello usato a Nuxis. Mi resi conto ben presto di una qualità differente di insegnamento. Sollevando lo sguardo di quando in quando, notai un bel bambino con dei bei ricci scuri e una carnagione chiarissima. I nostri sguardi si incrociarono e mi sorrise. Non risposi al suo gesto solidale ma, trascorremmo l’intero pomeriggio a studiarci. A lui debbo molto. Mi ha aiutata. Eravamo i “diversi” della classe. Io forestiera e lui in sovrappeso. La nostra alleanza ci fece bene.
Tornando a quel pomeriggio, una volta a casa, con un carico emotivo notevole per lo scricciolo che ero, neanche il più grave come ebbi a sperimentare nel corso di quei due anni, dentro di me riecheggiava una domanda che mi ero sentita ripetere tante volte durante quel primo giorno: dove abiti?
Già! Dove Abitavo? Io abitavo a Nuxis. Io sentivo di vivere a Nuxis. Il nuovo domicilio non era il mio. Mi era stato imposto. Comprendevo la ragione del trasferimento, tuttavia non l’accettavo. La mia casa era Nuxis, in via Grazia Deledda. Ora? La casa era meravigliosa, ma non era la MIA. Dove si trovava? Certo…risposi “abito alla Calcidrata”, ma una fabbrica non può essere la casa di una bambina di otto anni! Qual era l’indirizzo? Chiesi a mio padre un indirizzo che sapesse di abitazione e non di “posto di lavoro”. Non comprese subito e rispose nella maniera più ovvia, “La Calcidrata”. Dopo notevoli insistenze da parte mia per avere una collocazione chiara con un indirizzo, papà disse: Claudia Serra, San Giovanni Suergiu, Strada Statale 126.
Finalmente avevo un indirizzo. Non era bello come Claudia Serra, Nuxis, via Grazia Deledda, tuttavia mi collocava in un luogo. Inoltre il pensiero di vivere in una strada, mi evocava il cammino e non la staticità.
Allora non era trafficata come questa mattina. Allora le auto non correvano come oggi. La S.S. 126 nel corso degli anni l’ho percorsa parecchie volte e, da quella bambina minuta e con lunghe trecce bionde, tempo ne è passato, ma dentro di me si è fatta strada attraverso il ricordo e ancora oggi vorrei poterla abbracciare e rincuorare per quella sua solitudine e tristezza di quel primo giorno senza indirizzo
Claudia Serra