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05
Tue, May

"COIXEDDA" (prima parte) DECAMERON IN TEMPO DI CORONAVIRUS.

RACCONTI E POESIE ì
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Gennaio 1984. Una serata di continui temporali e l’energia elettrica che altalena per quasi tutto il pomeriggio fino a che, intorno alle 17, manca definitivamente e per tutta la serata. Nel nostro piccolo paese del Sulcis sapevamo che non avrebbero ripristinato le linee fino al mattino successivo. Nella cucina di casa accanto al fuoco, mia madre, mia nonna paterna, mio fratello e mia sorella. Mamma si lamenta dell’impiccio e nel mentre procura le steariche per l’ora della cena che è ancora lontana. La pentola borbotta già. Il tepore, la vicinanza, il profumo del cibo e il crepitio del fuoco mi cullano e la sensazione di benessere è forte. Dopo aver parlato degli argomenti più disparati, mamma e nonna tacciono e noi bambini giochiamo tra noi quando, un lampo e subito dopo un tuono fortissimo, ci fanno sussultare. Mia nonna balza dalla sedia esclamando: Hiii…Nostra Sennora ‘e s’Arrimediu! Tzacarraredda de tronu! M’at fatu a timi… (Nostra Signora del Rimedio! Tuono rumorosissimo. Mi ha fatto spaventare).
Quello è stato l’incipit per il racconto, infatti poco dopo…
Timiu ei apustis de sa coiancia…
Mi spaventai davvero subito dopo il matrimonio… con mio marito, vostro nonno, dopo il piccolo invito per i testimoni di nozze, andammo nella casetta dove avremmo vissuto da sposi…
Noi quella storia l’avevamo già sentita, ma ascoltarla ancora una volta e un’altra e un’altra ancora, non ci avrebbe di certo infastidito, dato che era “di paura”. Una di quelle storie che andando a dormire, ci avrebbe portato a controllare dietro la porta, sotto il letto e, una volta dentro, con le coperte tirate fin sopra i capelli, avremmo respirato a stento e tuttavia, fino al sopraggiungere del sonno non le avremmo tirate giù comunque.
Tornando alla casetta questa era piccola e sistemata su due livelli. Al piano terra la cucina con sa forredda e is forreddus (camino e fornelli per cucinare) e al primo piano s’aposentu (in sardo è il luogo dove ci si poggia per riposare, quindi la camera da letto). Per poter accedere da un piano all’altro, una scala ’e gatu (letteralmente “scala da gatto”, scala a pioli in italiano). Nella parete della scala, in bella mostra, il nuovissimo “strexu de fenu” parte del corredo matrimoniale della sposa che comprendeva una serie di ceste di varie dimensioni, setacci di grana differente e altre “ainas” o attrezzature che venivano usate per la preparazione del pane; dalla divisione delle farine fino al pane vero e proprio. I miei giovani nonni, come raccontava nonna, la sera del loro matrimonio non tardarono a mettersi a letto e poco prima di dormire, distintamente sentirono dei colpi alla finestra de sa coxina, dabbasso. coixeddaIl nonno credendo a qualche scherzo fatto alla giovane coppia che cominciava anche la conoscenza biblica, decise di non cedere alla tentazione di andare a cacciare gli inopportuni disturbatori. Ma…poco dopo, i colpi si fecero più insistenti e il nonno commentò che “si sighint, ‘ndi sciusciant sa fentana”, se seguitano, butteranno giù la finestra! Continuarono però a non cedere alla tentazione di affacciarsi e rimproverare i buontemponi. Alla terza gragnuola di colpi, il nonno si alzò e, aperta la finestra quando ancora i colpi si abbattevano sull’infisso, urlò: - Piciocheddus, est s’ora de d’acabai! Andeisindi a domu de bosartus! (ragazzi, è l’ora di finirla! Andatevene a casa vostra!) Lo urlò alla notte, perché alla finestra sotto, non vi era nessuno. Tornò a letto e non fece parola alla nonna di questo se non in un secondo momento sbalordito egli stesso per l’accaduto. Quella prima notte di nozze non venne disturbata oltre da nessuno, umano o etereo che fosse. I giorni e le notti seguenti trascorsero serenamente e i miei giovani nonni godevano dello stare assieme prima del rientro al lavoro del nonno.
Si era nel ventennio del secolo scorso e le miniere del Sulcis occupavano buona parte degli uomini che avevano lasciato pastorizia e agricoltura per lavorare nelle viscere della terra a estrarre carbone di infima qualità ma che costituiva un vanto per il Regime Fascista. Così, finita quella che oggi definiremo “luna di miele”, con la sua “bricicheta” (bicicletta) il nonno tornò alla sua occupazione nella zona di Carbonia, città ancora in costruzione.
Certamente la nonna era rattristata da questo fatto. Il nostro piccolo paese dista da Carbonia 30 km, allora era impensabile coprire quella distanza tutti i giorni, per cui, restavano separati per l’intera settimana e si incontravano solo nella sua fine. La tristezza della nonna dipendeva da questo e da null’altro. La prima sera trascorsa in solitudine, fu lunga. Ben presto andò a dormire. Racconta di essersi addormentata quasi subito e svegliata di soprassalto per qualcosa che le disturbò il sonno ma, non essendosi ancora abituata ai normali rumori di ogni casa, si rimboccò le coperte e nel dormiveglia, udì distintamente qualcosa che grattava sul muro. C’è da dire che nonna decisamente non era una donna coraggiosa. Era giovane. Fresca di separazione dallo sposo e certamente non potersi confrontare con nessuno che potesse spiegare o interpretare quel rumore, non le giovò. Si rimise supina sotto le coperte, però per quella notte non le riuscì di riaddormentarsi. Alla luce del mattino rivalutò ciò che aveva sentito. Si faceva coraggio e si derideva per la sua fragilità. Dei cerchi scuri le segnavano gli occhi e, sua madre, andandola a trovare le chiese se per caso si sentisse male. Temendo di essere derisa, non raccontò i suoi timori e preferì attribuire il suo pallore all’assenza di Manueli. Non senza una certa ansia vide il giorno morire. Il suo stomaco si chiuse e non riuscì a mandar giù la cena frugale preparata. Si coricò e decise di lasciare un lume acceso. La stanchezza vinse l’ansia e si addormentò. A un’ora imprecisata della notte un forte colpo la svegliò e lei si sedette sul letto, decisa, nonostante la paura a vederci chiaro. Ecco che nella parete di fronte al letto, distintamente sente qualcuno o qualcosa grattare. Facendosi coraggio, vi si avvicina e capisce che quel rumore proviene dall’interno della parete di mattoni crudi. D’un tratto, nonna ricorda “Coixedda”. Coixedda è il diavolo e non deve essere nominato. Coixedda (codino) si insinua dentro le mura e, ogni tanto, nella casa infestata si sente il suo movimento. Appena la mente di nonna formula il pensiero Codino si agita nella terra dei mattoni. Torna a letto velocemente e piange tutte le sue lacrime nel resto di una notte che le resterà impressa per tutta la sua vita e ancora oggi torna nei ricordi di chi quella storia l’ha sentita. La mattina seguente è lei stessa ad andare dalla mia bisnonna e chiederle, dopo un brevissimo racconto, di andare a dormire da lei per capire cosa possa essere. Chissà cosa avrà pensato la donna, tuttavia, poco prima dell’imbrunire si avviò a casa della figlia. Nonna fu felice di trascorrere quella serata con la madre, un po' per la paura e un po' per l’affetto che la legava a lei. Andarono a dormire spegnendo il lume.
Claudia Serra