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06
Wed, May

Furono giorni felici

RACCONTI E POESIE ì
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Furono giorni felici, giorni spensierati, giorni abbagliati dal sole di estati ormai troppo lontane.

Da bambino aspettavo con ansia l’arrivo dell’estate, il trasloco nella piccola casa in riva al mare, costruita da mio padre con i sassi della scogliera e la sabbia della spiaggia. Quella casa senza acqua corrente, senza luce elettrica. Quella casa abbracciata dallo scirocco, intrisa di salsedine e felicità.

Nei pomeriggi, la voce di mia madre mi richiamava per la merenda, per dirmi che le frittelle erano pronte; non l’ho più scordato quel sapore, nessun piatto di nessun ristorante di classe ha mai saputo darmi               l’emozione di quell’antico ricordo.

Una fila di piccole case davanti al mare, le verande comunicanti; quella comunità viveva per tre mesi all’anno come una sola famiglia, e forse lo era. Si ritrovavano lì, a ridere e scherzare, a mangiare del pesce che il mare offriva, a sostenersi a vicenda nei momenti della necessità.

Mio padre lo ricordo già in là con gli anni, lo rivedo ancora sulla sua barca in legno: “su ciu”, forse è rimasto lì per sempre, a buttare le reti, perdutamente innamorato della sua baia “Sa Scea de Maladroxia”, a pescare quei pesci che aspettavano solo di essere pescati.

La notte era speciale. L’acqua calda la si andava a prendere col secchio alle terme romane, la fiamma della lampada a carburo proiettava ombre magiche sulle pareti di casa, la colonna sonora di quelle notti era il lento borbottio dei pescherecci che andavano a buttare le reti. Lo spettacolo non arrivava sullo schermo al plasma di un quaranta pollici, bastava alzare gli occhi al cielo, la Via Lattea in tutto il suo splendore si mostrava come una meraviglia ai miei occhi di bambino. E, con la visione delle stelle, nascevano le prime domande: chissà chi vivrà in quei mondi lontani? perché la notte insieme all’oscurità scende anche la malinconia a farci compagnia? Sono passate tante stagioni e ancora le cerco quelle risposte, forse le cercherò per sempre.

Se vivi in riva al mare è scontato che proverai a diventare pescatore; bastava poco, una maschera, un paio di pinne e una vecchia fiocina arrugginita. La secca a pochi metri dalla spiaggia diventava così l’atollo corallino di un oceano lontano, in quel paradiso il tempo volava via veloce, troppo veloce. Troppo veloce forse per te, non per tua madre che disperata ti cercava da ore. Quando quella volta uscii raggiante dal mare, con quello sfortunato scorfano infilzato nella fiocina, ad attendermi non trovai parole di elogio per la mia prima pesca, me ne dette così tante, ma così tante che ancora le ricordo.

Passava il suo tempo gironzolando tutto il giorno davanti alla veranda, difendeva il suo territorio, ma non era un cane, era un gabbiano. Trovato da cucciolo impigliato nelle reti, venne allevato da mio padre come un animale domestico, e lui così si sentiva. Gli venne concesso il libero arbitrio, invece di seguire le scie dei pescherecci scelse di diventare un componente della famiglia. Quando qualcuno passava davanti a casa faceva finta di niente volgendo lo sguardo altrove ma, come gli dava le spalle, gli correva dietro per beccargli i polpacci; fu così che divenne di rito la frase: “Luiginu agguanta su cau”. Scomparve un giorno, all’improvviso, forse ucciso per ritorsione o finito a tavola di qualche vicino. Di lui ci rimane a testimonianza solo una fotografia ingiallita, mio padre che, con le mie due sorelle, lo tiene ad ali distese in riva al mare.

Quelle estati non furono solo giornate bruciate dal sole ma anche giornate d’attesa. Attesa per il rientro delle sorelle partite in continente a cercare lavoro. Il loro distacco fu per me un dolore intenso. A mia madre che mi chiedeva perché fossi triste, raccontavo di un male oscuro ma la mia mano si posava sul cuore. Tornavano un mese all’anno a portare lenimento alla mia anima ferita e, in quella famiglia di nuovo ricomposta, ritrovavo i miei giorni felici.

A volte, con gli altri bambini, si andava in esplorazione sulla collina che domina la baia, un “Everest” alto novanta metri, in cima ad esso il nuraghe “s’ega Marteddu”. Da lì si può ammirare tutto il golfo di Palmas. Per noi era un’impresa epica, ci sentivamo dei novelli Cristoforo Colombo alla scoperta di nuove terre; anche adesso, di quando in quando, vado su, magari per farlo visitare a qualche turista. Mi si apre il cuore a vedere quello spettacolo impagabile, quella baia che come un lago si apre verso la Sardegna.

Ci sono nato a Maladroxia, qui ho trascorso i giorni felici e spensierati della mia fanciullezza, e adesso, che i verdi anni sono volati via, ho deciso di viverci. Posto incantato e fuori dal tempo. L’ho fatto per me, perché amo questo mare, forse anche per mio padre, per realizzare il suo sogno infranto.

Adesso ho una bella casa, tutte le comodità, la luce, l’acqua corrente, il caldo in inverno e il fresco in estate.

Mi mancano solo quelle ombre gettate sul muro dalla lampada a carburo, quel secchio di acqua calda presa alle terme romane e le stelle della Via Lattea ormai sbiadite dalle luci dell’illuminazione stradale.

Di Roberto Locci