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La vicenda Mancini: LA GRANA E IL GRANO di Giovanni di Pasquale

Calcio
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Ci sono almeno due aspetti, nella vicenda di Mancini. Uno riguarda l’interessato, l’uomo, la persona Mancini.
Visto l’esito ampiamente previsto della breve storia iniziata con la PEC di dimissioni del 13 agosto, i «motivi personali» addotti per giustificare la decisione stanno un gradino sotto “il cane mi ha mangiato il quaderno” e un gradino sopra fare “vela” per non essere interrogato a scuola. Lasciare la panchina più importante del calcio italiano, la panchina di Pozzo e Bearzot, tramite posta elettronica, avanzando scuse puerili dice tanto della grana dell’uomo: non ci si dimette così neppure da capocondomino. Tecnico di peso, persona leggerina. Spiegarsi e spiegare all’opinione pubblica che non gli ha fatto mancare la stima meritata – non a tutti è andata così, vedi Bearzot – i motivi dell’addio, ovvero l’offerta da sceicchi piovutagli dall’Arabia Saudita, avrebbe fatto parte di un preciso dovere: perché se tanto egli ha dato alla causa azzurra, a cominciare da un gioco che non si vedeva dai Mondiali di Spagna, tanto ha ricevuto dalla Nazionale, per esempio una fama, dopo la vittoria di Londra, che i suoi successi da mister non gli hanno mai consentito di raggiungere e che è all’origine della corte che, con successo, gli ha fatto la federcalcio saudita. La benevolenza della stampa anche dopo la sfortunata estromissione dell’Italia dai Mondiali del Qatar – Ventura subì la damnatio memoriae – ha fatto dimenticare tutto, anche le sue responsabilità tecniche. E la Nazionale, con cui egli da calciatore ha sempre avuto un rapporto a dir poco difficile, anche per una decisa idiosincrasia con l’umiltà, alla vigilia di partite importanti per la qualificazione agli Europei dell’anno prossimo, si è trovata senza il suo condottiero, fuggito alla vigilia di Ferragosto da Coverciano a preparare le valigie per Riad.
Questo quanto all’aspetto individuale: passando adesso dalla grana (umana) al grano (disumano), cioè all’aspetto della vicenda più generale, attinente alla questione dell’assalto a suon di milioni arabi al calcio europeo, esso ha aspetti di fenomeno certo sportivo ma anche – soprattutto? – geopolitico, culturale e sociale che potrebbero essere epocali.
Credo di averlo già scritto ma repetita iuvant: gli europei del calcio non hanno niente da recriminare riguardo alla volontà di potenza che gli stati della Penisola Arabica intendono esercitare sullo sport, oggi sul calcio, ieri sulla F1, sul ciclismo, sull’atletica eccetera. Soprattutto riguardo al calcio, le federazioni e i club del Vecchio Continente, con il tragico contorno di procuratori e parassiti vari modello Gigi & Andrea dell’“Allenatore nel pallone”, hanno dapprima colonizzato “all’idea di quel metallo” il Sudamerica che, nel confronto della Coppa Intercontinentale, aveva spesso – non sempre con metodi civili – tenuto testa ai grandi club iberici, britannici, teutonici e nostrani. Dal nuovo secolo, i campionati latinoamericani sono diventati vivai per i grossi club europei che, esattamente come gli arabi oggi ma spendendo moltissimamente di meno, hanno privato le squadre brasiliane, argentine, uruguaiane e via discorrendo dei migliori talenti. Tanto è vero che il mondiale per club è da gran pezza una farsa che si gioca a suon di quattrini per incoronare il vincitore della Champions League. Con l’Africa è pure peggio, perché inchieste varie hanno svelato una “mercato umano” fatto di generazioni deportate in Europa in presunte “scuole calcio”, in realtà giardini zoologici in cui si espongono ragazzini da infilare in giochi di mercato in cui sono spesso solo carne da macello. Qui il dispendio, per gli sciacalli europei, è molto contenuto mentre il profitto potrebbe essere altissimo.
Riassumendo: l’opinione pubblica europea leva alti lai contro chi spende cifre enormi per portare a casa fuoriclasse affermati e, ormai, pure giovani promesse quando da decenni, fa di peggio con quattro soldi, realizzando guadagni da favola se il limitato investimento dovesse rivelarsi azzeccato. Ergo: se l’Europa intende difendere il calcio e i suoi valori – o quello che ne resta – faccia esame di coscienza e si penta sinceramente dei suoi peccati. Altrimenti non solo non meriterà l’assoluzione ma sarà dannata nella bolgia degli ipocriti, gravata dalla plumbea cappa di antichi vizi – imperialismo e colonialismo – da cui, evidentemente, non vuole liberarsi per un comodo sempre meno comodo.
Infine, qualche considerazione meramente calcistica. Leggevo l’elenco di giocatori di peso trasferitisi in questo frangente nella Saudi Pro League: oltre al Ronaldo minor (quello maior è “o Fenômeno”), ecco Neymar, Fabinho, Firmino, Benzema, Pallone d’oro in carica, Kanté, Ruben Neves, Otavio, il vice Pallone d’oro Mané, Koulibaly, il portiere marocchino Bono, Mahrez, Milinkovic-Savic, Kessié, Brozovic, Henderson e lo spagnolo Veiga, appena ventunenne. È un chiaro avviso ai tifosi, soprattutto ai fanatici che ancora credono al potere della maglia, dei colori, della storia, del prestigio, qualcuno perfino dell’onore. Già si è visto tanto in queste ultime stagioni, soprattutto a Londra, Manchester e Liverpool, a Madrid e a Barcellona, a Parigi e Monaco di Baviera, quanto ormai poco contino i feticci cui il tifo cieco e sordo continua insensatamente a votarsi, pur di continuare a credere in qualcosa. Si rassegnino, soprattutto quelli che tengono per le squadre minori: c’è sempre meno spazio per l’immaginazione, i sogni, l’impossibile che il calcio sa garantire, quando non si decida di farne un circo. Diffidino soprattutto di chi dichiara amore eterno appena disceso l’ultimo gradino della scaletta dell’aereo, in mezzo a sciarpe e bandiere: anzi, comincino a disertare le accoglienze in aeroporto, tanto perché si cominci a capire che il clima sta cambiando. Che cosa vogliano da loro i padroni del calcio, organismi internazionali, federazioni locali, club e calciatori sempre più avidi è chiaro: i loro soldi, basti vedere a che prezzo si vendevano i residui biglietti di Cagliari e a che prezzo sono arrivati gli abbonamenti tivù per la serie A o quanto costi una maglia. Ma ancor più essi vogliono la purezza del tifoso, la passione che chiede solo emozioni, l’entusiasmo da bambini che solo la squadra amata sa suscitare, in ogni angolo del mondo, dalla metropoli al deserto, dall’isola nell’oceano alla foresta: per manipolarli, per plasmarli, per deformarli, per controllarli e renderli infine la spenta risposta dell’automa.

Giovanni Di Pasquale

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