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06
Wed, May

“La speranza in un viaggio” di Elio Sanchez

RACCONTI E POESIE ì
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Quel giorno era una bellissima giornata di maggio, ero a casa sdraiato sul divano, sino a quando NON MI arrivò una chiamata, era Monica, una ragazza di Sant’Antioche che lavora in una comunità di accoglienza per gli immigrati, che che mi disse “Elio ti devo dare una bella notizia”.

“Cos’è successo? Si tratta di Johnson?” risposi io.
“Si’, ti ho chiamato per darti la bella notizia che Johnson sta molto meglio.”
Johnson è un ragazzo nigeriano arrivato in Italia nel 2014, proviene dal villaggio di Illushi, nella regione Edo State e fa parte dell’etnia degli Edo da cui deriva il nome della regione. E’ un cristiano pentecostale.
Il giorno che ci incontrammo sul treno per Cagliari, eravamo assieme a Monica appunto, io mi feci coraggio e gli chiesi se gli andasse di raccontarmi la sua esperienza di viaggio e lui con un sorriso grande come una casa mi rispode “Si’, molto volentieri, non siete in molti ad interessarvi alla nostra vita. Sai in molti ci vedono come delle persone diverse, quindi da discriminare, da odiare, da insultare.”
“Hai dei parenti qui in Italia?”
“No, allora, mia mamma se ne andò via di casa e non tornò più sino a quando io avevo 18 anni, invece mio padre morì nel 2014. Ho 4 fratelli e una sorella, uno è più grande di me di appena un anno, mentre gli altri sono rispettivamente di un anno più piccolo il primo, il secondo di quattro anni più piccolo e l’ultima ha 13 anni in meno rispetto a me. Il mio fratello più grande ora vive a Lagos, mentre gli altri non so dove siano.”
“Hai frequentato la scuola in Nigeria?”
“Si’, sino alle superiori ma non le ho finite e ho sempre lavorato nell’azienda agricola familiare, dove lavoravano anche i miei genitori.”
“Come mai e quando sei partito dal tuo villaggio di origine?”
“Abbandonai definitivamente il mio villaggio nell’estate del 2013, quando a causa di delle piogge torrenziali, l’acqua del mare allagò tutto il villaggio e il governo portò noi ragazzi in una scuola presso una località vicina per starci a vivere, visto che le nostre case e i nostri terreni erano stati completamente distrutti dalle acque. Dopo l’allagamento, come ti ho detto prima, mia madre ci lasciò soli a noi e a nostro padre. Nella nuova località non si stava per niente bene, c’era mancanza di alimenti, cure mediche, spazio.
Nel mese di ottobre un amico di mio padre andò nel nostro villaggio e constatò che il villaggio non esisteva quasi più, era stato completamente distrutto dalle acque, quindi promise a mio padre che avrebbe preso uno di noi figli e lo avrebbe portato nella capitale Abuja, dove avrebbe vissuto una vita migliore.
“E chi scelse?”
“Scelse me, mi portò in una casa di una signora, dove avrei dovuto fare il domestico, ma ero più che altro uno schiavo, venivo maltrattato, denutrito e oltretutto lavoravo 24h/24h, quindi per un ragazzo della mia età era molto pesante e difficile, ma lo sarebbe stato per qualsiasi altra persona, anche per una persona come mio padre di una certa età e con una certa esperienza.
“E della morte di tuo padre come venisti a saperlo?”
“UN giorno arrivò una lettera da parte di mio fratello dove mi scriveva che purtroppo mio padre era morto a causa di un infarto. Poco tempo dopo conobbi un ragazzo di famiglia benestante che mi propose di intraprendere assieme a lui il viaggio verso la Libia. Io, visto che nella casa in cui ero non mi trovavo per niente bene, accettai molto volentieri di partire con lui alla volta della Libia; ma allora non avrei mai pensato di continuare quel viaggio e arrivare in Italia. La mia intenzione era quella di fermarmi in Libia.”
“Dai, ora raccontami un po’ il viaggio che avete intrapreso assieme”
“Allora, lui aveva organizzato un piccolo pulmino dove stavamo in 9 più lui che era il conducente”
“Ah ma quindi al contrario di molti, tu non hai dovuto fare un viaggio infernale?”
“No, sono stato abbastanza fortunato, sul barcone che mi portò in Italia, ho sentito tante storie di persone di vari stati che raccontavano di un viaggio come tu stesso hai definito “Infernale”, per arrivare in Libia, abbiamo attraversato prima la Nigeria, poi il Niger ed infine siamo arrivati nella tanto attesa Libia.”
“E arrivati in Libia?”
“Lui ritornò in Nigeria, perché aveva promesso ad alcune persone di portare anche loro in Libia; ma nel primo viaggio non ci stavano tutti, quindi dovette fare due viaggi. Purtroppo al secondo fu fermato al confine e fu ucciso, le persone che erano con lui furono portate in uno di quelli che voi qui in Europa conoscete come carceri, mentre da quello che ho sentito io lì da qualcuno che è riuscito a scappare e tornare alla vita normale, sono paragonabili ai campi di concentramento costruiti qui in Europa dai Nazi-fascisti.
Venni a sapere di questa brutta notizia, da uno dei ragazzi che erano con loro E che trovai sul mio barcone per arrivare qui in Italia.
Nel periodo che trascorsi in Libia, la prima cosa che feci fu quella di trovarmi un lavoro, anche se per noi, che non siamo libici, non è mai semplice trovare qualcuno che ci prenda a lavorare.
Per fortuna dopo un paio di tentativi trovai un signore gentilissimo che mi prese come garzone nella sua bottega. Grazie a questo piccolo stipendio riuscii a permettermi un piccolo appartamento, diviso con altri due ragazzi uno del Niger e l’altro del Senegal; era piccolo ma ci bastava.
“Prima mi hai detto che la tua idea quando sei partito da Abuja, era quella di rimanere in Libia. Come mai hai deciso di salire su quel barcone e venire qui in Italia?”
“Semplicemente perché in Libia non si stava per niente bene, la polizia appena accennavi un leggero comportamento scorretto o ti arrestava o ti pestava col manganello. Io per fortuna l’avevo già capito che funzionava così, quindi mi son sempre comportato bene; ma i miei compagni di appartamento furono ammazzati davanti ai miei occhi semplicemente perché avevano alzato un po’ troppo il gomito. Quel giorno decisi che era arrivata l’ora di partire, in qualche modo e verso qualsiasi meta. Mi bastava andar via da quel posto orribile.
Allora riuscii ad imbucarmi in un gruppo di persone che stavano salendo su un barcone, e ci salii, fui fortunato, nessuno si accorse della mia presenza, allora dopo 3 giorni che vedevamo solo mare attorno a noi, finalmente dopo che il nostro gommone aveva finito la benzina quindi non poteva avanzare è arrivata una nave di una ONG tedesca che ci ha salvati e portati a bordo. A bordo trovammo un equipaggio di ragazzi giovanissimi e gentilissimi che ci PORTARONO da bere, da mangiare, MEDICARONO chi aveva bisogno e fecero partorire una donna che era con noi sul gommone.”
“E poi come sei arrivato a Cagliari?”
“Dopo un paio di giorni, su quella nave, decisero di lasciarci alla Guardia Costiera italiana che ci ha portati con una sua nave, leggermente più piccola, ma ci stavamo comodi visto che non eravamo tantissimi, sino al porto di Cagliari. La prima cosa che hanno fatto appena siamo arrivati è stato metterci addosso le coperte termiche e ci hanno portato nel centro di prima accoglienza, dove abbiamo iniziato le pratiche per richiedere ’asilo politico. Dopo un paio di mesi di attesa sono riuscito ad averlo e sono stato nella comunità di cui è ora responsabile Monica.”
“Wow Johnson, grazie di avermi raccontato la tua esperienza, sei una persona fantastica con una storia dietro molto brutta e triste”, gli dissi io tra le lacrime. I giorni poi passarono sino al 19 settembre dello scorso anno, pregni di speranze sino all'ultima telefonata ricevuta da Monica.  Mi disse laconica con un groppo alla gola "Johnson non ce l'ha fatta, è Morto". Poi furono solo lacrime silenziose a lavare un sogno.

Elio Sanchez

 

 

PHOTO 2020 02 05 12 28 35Elio Sanchez, 19 anni, studente liceale, è nato a Poggibonsi. Vive a Sant'Antioco. Con questo racconto Elio Sanchez ha partecipato al concorso letterario " la scrittura va in esilio" edito dal centro Astalli di Roma