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Libri. Il mondo esiste per approdare a un libro di Stéphane Mallarmé. Dolores Deidda: La Signora della stazione.

Cultura
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È il tratto decisivo del romanzo di Dolores Deidda, dove il rimemorare di Eva, che è stata la capostazione della stazione ferroviaria di Monte Corte tra Tonara e Desulo, si presenta come farmaco, come rimedio al dissolversi di quel mondo nel quale Eva ha costruito la propria vita, ed è insieme rendere onore, da parte dell'autrice, per motivi personali e di impegno sociale e umano, ad una donna, Eva, appunto, che sull'affermazione della propria dignità e autonomia ha dato forma al proprio progetto di vita contrastando le mille avversità dell'ambiente sociale, della cultura dominante segnata da valori arcaici, della povertà, della guerra. "Se canta lo que se pierde", si canta ciò che si perde, scriveva il poeta Antonio Machado, indicando così quel punto essenziale che muove la scrittura. E ciò che si perde, ciò che è sempre esposto al rischio di poter essere perduto fino a farsi canto, racconto, Eva lo delinea già in apertura del romanzo, quando una delle figlie, Angela, scorge le pur rare lacrime sul volto di lei: <<Avrebbe voluto dirle che alle volte si piange per ciò che temiamo non ci sarà più o che sentiamo non avremo più, ma non è qualcosa che si vede o che si tocca, sta dentro di noi, è parte di noi, siamo noi stessi che non ci riconosciamo e ci perdiamo>> (p. 19).
Questa determinazione ad essere ciò che si è, ad evitare questa perdita, Eva la costruisce in una dimensione non solo intima, ma storica e sociale. Perchè in fondo, ciò che noi siamo, ciò che siamo diventati è la storia che ciascuno di noi è, così legata ai nostri luoghi di esistenza, nei cui contesti si innesta inevitabilmente la costruzione della singolarità di ciascuno. Così prende forma la storia di Eva in una dimensione insieme personale e corale, comunque filtrata dalla ricca sensibilità che la anima, un filtro che attraversa ogni vicenda narrata, sempre segnata da una partecipata attenzione ai valori della socialità e dalle amorevoli cure per il coniuge, le figlie e il figlio. Una sequenza di ricordi, entro i quali, per chi è vissuto in Sardegna, non è difficile riconoscersi, costruita passando attraverso le vicende della sua piccola comunità e quella della grande Storia così estranea nelle sue ragioni e nei suoi esiti, ma concretamente attraversata secondo la prospettiva del dolore, dalle fatiche degli ultimi che la hanno vissuta. Le fatiche del lavoro nei campi il Fascismo, la guerra, il contrasto di patria e famiglia, gli orrori dei bombardamenti su Cagliari, dettagliatamente ricostruiti nel romanzo, gli sfollati e le fatiche della ricostruzione. Ed è così che la scrittura, nell'accogliere quella singolarità corale, costituisce questa interiorità, come se il racconto nel gioco della memoria restituisse non solo la memoria lirica di una interiorità personale ma dell'intera esperienza di una comunità, come una perdita sempre incombente e comunque accolta in una apertura ad una più qualificata determinazione dell'esistenza.

È in questa duplice prospettiva che incontriamo la emblematica singolarità di una donna, attenta ad affermare la propria dignità e autonomia contro le forze avverse che la contrastano. Se alla narrazione viene meno la trama, se non nel tempo contratto della memoria, è perchè tutta una comunità nelle complesse articolazioni storiche, sociali e antropologiche partecipa ed è presente in quella narrazione. Allora, nel ricordare di Eva, nelle forme della struttura narrativa del memoriale che è lirico e storico insieme, intriso delle forme espressive del realismo, ha senso richiamare una affermazione del poeta Mallarmé: "il mondo esiste per approdare a un libro", ed è il senso stesso di questo romanzo. Ecco dunque la grande storia che si fa racconto nella vita dei singoli, nella vita di Eva, quasi un generoso omaggio o un debito da saldare e da restituire ai personaggi che hanno costruito con lei quella stessa vita.

Era la mattina del 21 luglio 1952, in una Cagliari, "la capitale", ancora devastata dalle bombe americane, Eva, la signora della stazione, si sveglia e si prepara per recarsi all'ospedale San Giovanni di Dio, dove il proprio coniuge, Antonio, deve finalmente essere dimesso. Le tre figlie e l'unico figlio maschio avuti con Antonio, dormono nell'ala del palazzo di via Porcile che ha resistito ai bombardamenti americani, i nuovi amici che un tempo erano stati i nemici. In quei preparativi e nelle poche ore di attesa, Eva ripercorre, come grani di un rosario, gli anni della sua vita trascorsi tra Serri, Mandas, Tonara e Desulo, dove era stata capostazione della stazione ferroviaria di Monte Corte. Una occupazione insolita e coraggiosa per una donna a quel tempo, dopo la decisione di abbandonare le sicurezze e l'interessse da lei nutrito per il lavoso svolto presso l'ufficio postale di Serri, che attraverso le corrispondenze con gli emigrati che lei curava per tutti i cittadini, le consentiva di aprire lo sguardo su molti mondi. Una decisione presa perché Eva "non teme le incognite del futuro", fino al trasferimento a Cagliari, meta e risultato di una ulteriore scelta finalizzata a una emancipazione sempre attenta all'affermazione e al rispetto della dignità personale. <<Quella mattina tornò a riflettere sulla forza interiore, quella forza cui aveva sempre attinto per andare avanti (...), rispettare la volontà di Dio non poteva significare piegarsi alla rassegnazione e subire la fatalità di quello che tutti, nel mondo in cui era cresciuta, consideravano incontrastabile e chiamavano Destino (...) liberarsi dal terrore dell'ignoto, dell'imprevedibile, dei sortilegi,delle anime dei defunti, delle punizioni dei santi>> (17-18). È un rimemorare che ripercorre gli anni della sua crescita, la sua passione per la cultura e l'istruzione, individuati come lo strumento necessario per una efficace emancipazione, fino al matrimonio con Antonio, di cui si sottolinea la naturale eleganza, le premure e il carattere onesto, coronamento di una attenzione sempre rivolta ad affermare un principio di libertà e autodeterminazione rispetto alle condizioni di povertà, servaggio che caratterizzavano la Sardegna rurale in quegli anni e che condurrà i due coniugi alla scelta del trasferimento nella capitale.

In un linguaggio elegante e preciso nelle accurate descrizioni, attraversato da improvvise ed efficaci metafore, con uno stile narrativo che si affida alle decrizioni puntuali e meticolose dei molteplici aspetti di quella Sardegna rurale, prende forma un affresco critico e insieme nostalgico, dei piccoli centri che fin dalla nascita hanno accompagnato la vita di Eva. Ciascuna di queste comunità è presente con la propria storia, con le proprie rivalità, con i propri santi venerati nelle sagre, momenti costitutivi dell'appartenenza ad una comunità specifica, tra il mito e il rito ma ben al di là dell'immediata sfera religiosa cui afferiscono, perché il romanzo ne coglie il valore di legame sociale e riattraversa le stratificazioni storiche che l'archeologia testimonia, proprie di quei luoghi come di altri centri della Sardegna, un sigillo che sembra equiparare e rendere comune la Sardegna intera.

Sono tracce di vita reale che la narrazione restituisce nella accurata descrizione delle abitazioni e degli arredi, talvolta dignitosi e talvolta poveri, la prepotente bellezza del paesaggio e le forsennate politiche di deforestazione, lo scrosciare dell'acqua che sembra di sentire nelle sapienti descrizioni, la meticolosa presentazione dell'abito da sposa o le modalità del corteggiamento, l'uso accettato dei nomignoli. Vengono rievocati consuetudini e tradizioni che certo hanno caratterizzato i piccoli villagi, il rito glorioso della panificazione, sa paradura e l'abigeato con i suoi momenti drammatici. L'allevamento e l'uccisione degli animali, i rapporti di solidarietà, e i riferimenti al banditismo, di cui l'autrice svela i tratti che legarono quel fenomeno ai rapporti con i prinzipales, diverso da chi si dava alla macchia perché sapeva di non avere i mezzi per potersi diffendere da una giustizia ingiusta. Le condizioni di quel servaggio feudale a cui la legge delle chiudende aveva costretto gran parte dei pastori e dei contadini.

Attraverso i ricordi, prendono forma le storie dei personaggi incontrati. Come Bastianu, che al primo incontro la saluta con le parole "bella come una fata", o Bobori che gioca con la morte decidendo di anticiparla; oppure le reiterate e comiche, quasi beckettiane difficoltà di Paolino a incontrare la promessa sposa, coerente con la propensione per il comico propria del personaggio; gli efferati omicidi così come la lieve ironia sulla sfida alla paura dei morti o del prelato che pretendeva esosi compensi dai parrocchiani determinando una sorta di sciopero religioso. E vi sono i nomi nobili della letteratura, come Peppino Mereu, più volte evocato con il suo amico Nanni Sulis. Il passaggio di D. H. Lawrence, con il suo viaggio in Sardegna, proprio in quei luoghi che sono stati la vita di Eva. Le diverse donne incontrate, come Peppina e Annunzita, la cantoniera di Monte Corte, la signora Assunta, sempre in stretti rapporti di solidarietà.

Inevitabimente la narrazione rivela una nostalgia per quell'universo, quei silenzi dove era possibile udire "il frusciare del passaggio dell'angelo" (p. 11).
La stazione di Eva assurge allora ad un valore simbolico. È lo snodo non solo del traffico di merci e persone, di chi va o viene dalla capitale –già conosciuta durante un viaggio con il marito Antonio, quando immaginò di poter unire la bellezza del Poetto con le montagne e i boschi di Tonara- ma altresì lo snodo di un intreccio tra gli elementi della tradizione e le sollecitazioni di una modernità incombente. Come il treno che "sferraglia e sbuffa" entrando nella stazione di Monte Corte e si fonde senza contrasto, agli occhi di Eva, con le bellezze del paesaggio -"era come il soffio del vento e lo scroscio della piogga, i belati delle pecore, lo stromire degli uccelli"-, in un tempo in cui la ferrovia divenne un concreto motore di sviluppo sociale ed economico per quei territori. È lo snodo di quella complessità della relazione tra l'antico e il moderno che Eva ancora manifesta presentando le magnificienze della città di Cagliari e per contro l'immobilità di quei piccoli centri dell'interno con le loro povere e stentate economie rurali, frutto di un faticoso lavoro capace di garantire a malapena una sofferta esistenza, "curvi a zappare dall'alba al tramonto".

Un complesso rapporto tra modernità e tradizione che ancora attende adeguate risposte e che anche in Sardegna ha condotto a quella mutazione antropologica omologante che è coincisa con la scomparsa di tutto un universo talvolta immiserito e relegato ormai a folclore o a esibizione museale, in una totalizzante valorizzazione della modernità che nei processi della globalizzazione, nei miti del consumismo, ha determinato l'abbandono dei paesi rurali, di quelle economie e stili di vita più attenti ai territori e alla solidarietà umana. Allora quella complessità del rapporto tra tradizione e modernità è declinata dall'autrice non tanto passando attraverso la semplice negazione dell'antico, ma innestando elementi di reciprocità, secondo quell'immagine del treno nel momento del suo ingresso nella stazione di Monte Corte, in una rilettura di quella relazione che non è semplice e ingenua sovrapposizione del moderno sull'antico, bensì attenta a cogliere dell'antico il senso vitale della traccia identitaria. Un discorso tanto più efficace se l'interprete che se ne fa carico è una donna, tanto da dover essere considerato ancor oggi nella sua drammatica attualità.

Raccogliere ricordi, costruire memorie e affidarle alla narrazione. È questa determinazione a voler ricordare che spiega il senso stesso dell'opera. Il mondo esiste per approdare a un libro, le cose esistono nel momento in cui ci sono affidate come notizia, perché quella memoria possa diventare un evento condiviso e costruire comunità. È questo che Dolores Deidda ci ha offerto proponendoci le memorie di Eva, la signora della stazione, evocando inestricabili relazioni tra una prospettiva soggettiva e quella collettiva, tra antico e moderno, passato e contemporaneità. Un messaggio di libertà e determinazione a cui implicitamente ci chiede di partecipare affidandoci ai racconti, per salvare un mondo, la nostra stessa interiorità, affinché non sia perduta.

Roberto Serra

Dolore Deidda è nata a Tonara, si è laureata a Cagliari, da molti anni vive e lavora a Roma. Svolge attività di ricerca e consulenza in materia di sviluppo locale. È stata responsabile di progetti innovativi in ambito europeo ed è autrice di diverse pubblicazioni di carattere tecnico-scientifico. La signora della stazione è il suo primo romanzo.

 

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