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Carbonia. Rassegna estiva allestita dal Cedac. La musica “metropolitana” di Mark Lettieri

Spettacolo
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Nell’arte, nella musica, ancor più nel jazz, mondo dei suoni che nascono “hic et nunc”, i luoghi hanno una pregnanza particolare. Così, accingendosi a dire del concerto del Mike Lettieri Quartet, andato in scena all’Arena Mirastelle sabato scorso, nell’ambito della rassegna estiva allestita dal Cedac, si abbrivierà appropriatamente partendo dal Dallas-Forth Worth Metroplex, l’area metropolitana da cui il nostro proviene. Un agglomerato che, come dal nome, contiene le due città del Texas, dentro poco più di 24 kmq dentro i quali brulicano più di circa 8 milioni di abitanti e che è la quarta area metropolitana degli Stati Uniti.Realtà inimmaginabili da questa distanza, dove convivono le più stridenti contraddizioni e domina una fortissima tensione sociale e individuale. Tutto questo non può non avere implicazioni sulla creatività e la proposta di Mark Lettieri lo ha ancora una volta palesato.

07 16 Mark Lettieri webIl chitarrista vi è giunto da studente dalla natia Menlo Park, nella San Francisco Bay, e l’ha eletta base della sua vita dapprima musicale e poi in senso lato, anche se la sua esistenza, data la vasta gamma di impieghi in cui è coinvolto, lo porta a stare spesso lontano dalla “home”: vi è entrato a contatto dapprima con le atmosfere della grande tradizione afroamericana del Texas, finendo successivamente per fare ingresso nella big band Snarky Puppy e il suo collettivo “melting pot”. Se la musica dell’ensemble, al di là della varietà di ispirazioni, si può definire in larga parte “fusion”, quella di Lettieri, soprattutto quella dei suoi due ultimi in quartetto, è essenzialmente – l’ha definita lui stesso così, prima di iniziare il concerto – “jazz rock” post-davisiano nel quale tuttavia, progressivamente, funk e rock vanno guadagnando terreno rispetto ai paradigmi “fusion-ish”.
copertina discoLe ultime due fatiche discografiche del quartetto di Lettieri - “Things Of That Nature” e “Deep: The Baritone Sessions, Vol. II”[nella foto l’immagine della copertina], da cui in buona parte è stata tratta la scaletta del concerto di Carbonia – ha ben mostrato questa tendenza. Sostenuta dalla solida intesa fra basso a sei corde e batteria, la chitarra ha spaziato fra le più disparate atmosfere e si è mossa agilmente nelle frequenti diversioni ritmiche anche all’interno dello stesso pezzo. Nel sottotesto, soprattutto quando l’accostamento al rock blues si è fatto più palese, riemergevano il forte substrato r&b e Gospel che nel Texas è ben robusto e ha influenzato anche chi se ne poi allontanati anche in maniera radicale, tipo Ornette Coleman, che a Forth Worth ci nacque e ci visse a lungo, prima di fare il percorso inverso rispetto a quello di Mark: imbracciata la chitarra baritono, dal manico più lungo, capace di note più gravi e caratterizzata da timbri più scuri e profondi, ha inoltre evidenziato questa particolare disposizione. Le venature rock talvolta non disdegnano di innervarsi e ispessirsi di materia non lontana dall’hard ma il complesso della proposta non ha mai rischiato di perdersi, mantenendo coerenza di impianto: perfino quando a un certo punto, complici certi qual riff di tastiera e chitarra, sono parsi far capolino i Supertramp.
Un’idea di musica, quella del combo di Lettieri, la cui chitarra vi campeggia al centro – forse un poco troppo sacrificando la tastiera – e ne è l’architrave, che a differenza di tanta fusion e jazz rock è tutt’altro che la solita bulimica scorpacciata di note. Nella sua irrequietezza ben governata da salde redini e da inestinguibile relax – ottimo in tal senso, per fino nel gesto, l’apporto del drummer – c’è, per tornare al principio, la nevrosi di uno smisurato nucleo urbano che, come nella celebre canzone che omaggia la Grande Mela, “never sleeps”, “non va mai a dormire”: senza didascalie o pennellate descrittive, con apparente disinvoltura, una musica spesso descritta come sfida ipertecnica mostra di saper porgere significati di piena umanità. In tal senso, lasciando da parte le ormai fruste etichette, piacerebbe definirla musica squisitamente “metropolitana”.

Giovanni Di Pasquale

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