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Carbonia. In consiglio comunale un Movimento 5 Stelle a pezzi stretto fra la protesta di una gruppo di donne e la pressione dell’opposizione

Politica Locale
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Il compleanno della vittoria del giugno 2016, il Movimento 5 Stelle lo festeggia nel peggiore dei modi. La maggioranza che doveva essere la più granitica di sempre finisce a pezzi: alla fuga degli assessori, ultima dimissionaria Emanuela Rubiu, titolare di Cultura e Turismo, si aggiunge la brutta figura del presidente del consiglio comunale, Massimiliano Zonza, costretto ad ammettere di aver vergato un post su Facebook, in una pagina ufficiale del M5S di Carbonia, colmo di volgarità sessiste e insulti riferibili a contrasti interni. Il tutto è terminato con la firma apposta a una mozione della minoranza che chiede le dimissioni di Zonza da due membri della maggioranza. Insomma: una débâcle su tutti i fronti. La mozione – non una sfiducia, tecnicamente impossibile a termini di regolamento – sarà discussa nella prossima seduta del consiglio comunale e si vedrà se il M5S riuscirà a risolvere una grana che, a occhio e croce, si potrebbe risolvere solo con le dimissioni del presidente di fronte ad una situazione insostenibile. Il pomeriggio più difficile per il M5S inizia alle 18.30 del primo giorno d’estate, almeno dal punto di visto climatico. All’aprirsi delle porte della sala polifunzionale, si capisce che non sarà una seduta come tante. Lo spazio adibito al pubblico si riempie subito, soprattutto di donne, di tutte le età. Nei giorni scorsi, infatti, il post di cui sopra ha suscitato violente polemiche su Facebook. Poche righe, praticamente un “tweet”, in cui il sarcasmo nei confronti di alcune persone, donne probabilmente militanti nel Movimento, ha superato il limite della decenza. A dire il vero, il nome del presidente del consiglio comunale, più o meno velatamente, ha cominciato a circolare quasi da subito, non foss’altro perché Zonza era l’amministratore del gruppo e il suo nome è apparso sul social network quando egli stesso, dopo aver cancellato l’improvvida presa di posizione, ha provveduto a cancellare pure l’esistenza del gruppo intitolato al Movimento 5 Stelle di Carbonia. Le donne che assistevano al consiglio pretendevano, lo si è capito subito, che il suo nome fosse fatto pubblicamente e che il presidente rassegnasse le dimissioni. L’aria che si respirava, in effetti, era quella del processo di piazza: dalla platea si sono levate grida, schiamazzi, “buuu”, applausi e fischi, tanto che sono dovuti intervenire gli agenti della Polizia Locale per riportare, senza grandi risultati, un po’ di calma fra il pubblico. La seduta invece è andata avanti a singhiozzo, con diverse sospensioni, anche perché l’opposizione non ha fatto mancare il suo appoggio alle contestatrici. L’avvio ha visto il sindaco Paola Massidda prendere la parola per dare conto delle ennesime dimissioni o, meglio, ri-dimissioni dell’assessore alla Cultura Emanuela Rubiu. Il primo cittadino ha tentato di minimizzare limitandosi a descrivere il gesto attraverso la lettera da lei ricevuta dalla dimissionaria: peccato che, successivamente, la stessa abbia precisato a mezzo stampa per quale motivo abbia deciso di abbandonare la giunta. Dalla ricostruzione di Rubiu è emerso invece un quadro di contrasti, incomprensioni, sconfinamenti nelle competenze altrui, assessori di serie A e di serie B. In quanto capo dell’esecutivo, nella precisazione dell’ormai ex assessore il sindaco Massidda è finita sul banco degli imputati, e l’opposizione non ha mancato di ricordarglielo. D’altronde, a oggi i posti vacanti sono due: Pubblica Istruzione e Cultura, e la minoranza ha evidenziato come tali assenze costringano il sindaco ad occuparsi anche delle competenze prive di un titolare, con grave danno per l’efficienza della macchina amministrativa. Mentre il consiglio discuteva dell’argomento “dimissioni”, il pubblico ribolliva per la vicenda del post. «Vogliamo il nome!», «Dicci il nome!», «Nome! Nome! Nome!»: più la maggioranza tentava di tenersi lontano dall’argomento evidentemente spinoso, più le “tricoteuses” chiedevano la testa del grillino misogino. A un certo punto Massidda, presa per l’ennesima volta la parola, ha tolto il velo che ricopriva quello che tutti già mostravano di sapere: dopo aver spiegato che il Movimento ha preso immediatamente le distanze dallo scritto – come effettivamente è accaduto – e che si ritiene parte lesa, ha reso edotto il turbolento uditorio che l’autore del post incriminato avrebbe assunto la totale responsabilità dell’accaduto. E così è stato: ma appena Zonza ha pronunciato le fatidiche parole – «Mi assumo la responsabilità dell’accaduto…» – è scoppiato il finimondo. «Dimettiti!», «Vergogna!». Il sindaco ha stigmatizzato il fatto che si stesse intentando «un processo mediatico» nei confronti del compagno di partito ma il caos ha avuto la meglio. Nuova interruzione e nuovo colpo di scena. Fra i consiglieri comunali di opposizione ha cominciato a girare un foglio di carta su cui era stato compilato il testo di un ordine del giorno per la mozione di sfiducia nei confronti del presidente del consiglio comunale. Minoranza compatta, tutti hanno messo l’autografo ma, sorpresa, quando Fabio Usai, leader del Partito dei Sardi, ha messo il foglio sotto il naso di Mauro Careddu, il consigliere del M5S non ha esitato neppure un attimo. Firma e via. Poco dopo ha aderito anche l’altro pentastellato, Mauro Uccheddu. Quando Michele Stivaletta, alla ripresa dei lavori, ha letto l’odg e ha rivelato – “in cauda venenum” – che c’erano pure le firme di due grillini, sui banchi della maggioranza ha serpeggiato lo sconcerto. Vien da pensare che, visti gli usi e i costumi del Movimento, i due firmatari potrebbero rischiare l’espulsione: gira voce, tuttavia, che nella riunione di domenica l’esigenza di un passo indietro di Zonza sia stata opinione unanime. Anche se il segretario comunale Giantonio Sau ha chiarito che la mozione di sfiducia del presidente del consiglio comunale non è ammissibile ai sensi del regolamento del consiglio comunale, fra due settimane l’ordine del giorno che chiede le sue dimissioni sarà discusso. Ad occhio e croce, per quel che si è visto e orecchiato fra seduta e interruzioni, a Zonza sarà chiesto che lasci prima dello spiacevole dibattito. Di botte, la maggioranza ieri ne ha preso fin troppe: il disporsi ad altro ben più pesante pestaggio, farebbe pensare che al governo della città vi sia una setta di adepti del Tafazzi.
Giovanni Di Pasquale

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