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Carbonia. Liste Ciniche

Politica Locale
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L’aggettivo “civico” appiccicato , non raramente a sputo, al sostantivo “lista”, negli ultimi anni pare essere diventato il segreto non più segreto per presentarsi in vista delle elezioni del sindaco e del consiglio comunale in nome e per conto della cosiddetta “società civile” cittadina, all’interno della quale si sarebbe verificato un travaglio (minuscolo) cultural-social-intellettivo tale da condurre alla creazione di soggetti – perché sono tanti, eh?, uno sarebbe troppo poco – politici capaci di convogliare verso sé il consenso delle urne, in luogo di partiti non più credibili né elettoralmente appetibili.
“Civico” discende dal latino “civicus”, derivato da “civis”, “cittadino”. Nella lingua di Livio, Cicerone e Tacito per dire “città” vi sono due diverse opzioni: “civitas” e “urbs”, laddove questa è la città nel suo complesso di mura, cose, luoghi, tradizioni, storia – e la “Urbs” per eccellenza è per l’appunto Roma – mentre l’altra è la città in quanto comunità di persone, di “civis” che se ne sentono parte come di una nazione, e non ho sufficienti conoscenze di filologia antica per esserne certo, ho però tutta l’impressione che “civitas” digradi da “civis”, ovvero: che, nella lingua tiberina, “città” derivi da “cittadino” e non viceversa perché la “civitas” esiste in quanto presa di coscienza collettiva dello stato di “civis” dei soggetti che, a un certo punto della propria vicenda e di quella dei propri avi, si rendono conto di farne parte.
Se da “civico” ci accostiamo a “politico”, non ci siamo allontanati dal concetto di “città”. La “pólis” greca, tuttavia, ha in sé accezioni, significati, possibilità della comunità-Stato che prende corpo nell’VIII secolo nella propaggine meridionale dei Balcani, nel dirimpetto dell’attuale Anatolia e nelle isole frapposte. In Omero la “pólis” è Ilio, la sua rocca, i suoi eroi e guerrieri e il popolo, contrapposti alla comunità achea “in trasferta”, lontana per necessità dalle città: privata dell’ “esserci”, un “nicht Dasein” heideggeriano molto ante litteram, straniante come sarà pure il ritorno degli eroi nella “oikía” e nell’ “oĩkos”, casa e casato, ma soprattutto, per i re guerrieri, nella “pólis”.
Il “partito” richiama la “parte”, la porzione di società politica di quella “pólis” che è mondo, universo, totalità. Nella “civitas”, nella “pólis”, nel comune medievale, la “parte” non è però un rischio, bensì un’opportunità, ancorché frequentemente in un clima di cruenta contrapposizione. Nella democrazia moderna, dopo gli assolutismi, il “partito” è sede di interpretazione del passato, di comprensione del presente, di costruzione del futuro per immense masse di uomini che, ben prima di acquisire il diritto al voto, in quella sede conquistano la consapevolezza di essere “civis”: quasi come gli appartenenti alla cittadinanza romana, i quali di fronte a una minaccia potevano salvarsi enunciando “civis Romanus sum”, “sono cittadino di Roma”, da quelle esperienze apprendono di essere sì cittadini ma senza diritti e, attraverso quelle associazioni di uomini – partiti e organizzazioni dei lavoratori, non raramente contenute in una medesima cornice – centrano più di un bersaglio nella battaglia per essere “civis” della “pólis”. Nel “partito”, quelle masse possono proficuamente pronunciare “civis sum”, “sono cittadino e uomo portatore di diritti fondamentali”.
Il concetto di “lista civica” nasce tra la fine degli anni Ottanta e il principio degli anni Novanta del secolo scorso, dopo la crisi dell’assetto partitico della repubblica nata dalla guerra e dalla Resistenza. Si esplica per lo più in ambiti comunali, talvolta più ampi ma sono comunque, quasi per una sorta di obbligo etimologico, le città a vederne il nascere ed il degenerarsi. Le caratteristiche generali, in prima battuta, sono quelle di associazioni di persone che, non estranee alla politica bensì alle formazioni tradizionali, si organizzano al fine di attrarre il consenso di quella non esigua parte di elettorato insoddisfatta della routine partitica e amministrativa.
Carbonia, città dal 1943 sede di forti contrapposizioni politiche e sociali, ne conosce una prima esperienza solo nel 1988: anno in cui le elezioni comunali fanno registrare il massimo dello strapotere delle correnti come degenerazione della presenza dei partiti sulla scena politica cittadina, testimoniato dall’esplosione delle preferenze personali. La lista civica che si presenta nell’occasione ne viene travolta e non lascia traccia di sé.
Non così sarà nel 1993. Un’analoga esperienza fa ben figurare un candidato a sindaco, giunto terzo dopo i due contendenti di una sinistra divisa: tuttavia, esponenti di quella lista civica, nata contro la classe politica cittadina eternamente al potere, non si vergogna di appoggiare al ballottaggio proprio il candidato che avevano dichiarato di voler combattere e quel pugno di voti spostati nel campo “giusto” – con il benestare di settori moderati e massoneria – favoriscono la continuità.
È da allora che, a me, questa idea di “lista civica” non fa né caldo né freddo, soprattutto in sede locale: tanto, a Carbonia, ci conosciamo tutti. Abbiamo tutti un passato, viviamo nel presente e speriamo nel futuro: inutile nasconderci dietro il dito “civico”, anche perché il voler cancellare i simboli di partiti che sono presenti nei consigli regionali e in parlamento appare come un clamoroso tentativo di mascherarsi, manco se le elezioni fossero diventate il carnevale della politica. Voglio dire: a Cagliari sardisti, leghisti, Fratelli d’Italia, forzisti, uddiccìni stanno in consiglio regionale a governare contrastati da democratici, SI, M5S e via discorrendo. A Roma, PD e grillini con Italia Viva e Sinistra Italiana tengono in piedi il governo Conte, mentre Forza Italia, Lega, FdI lavorano alacremente affinché cada e + Europa fa l’opposizione costruttiva. Non sono tutti partiti, per carità – Italia Viva e + Europa sono solo espressioni di palazzo, dal punto di vista organizzativo – ma per la maggior parte si tratta di realtà presenti nei territori.
Eppure, a leggere le previsioni per le prossime elezioni comunali di Carbonia, in programma suppergiù fra un anno M5S permettendo, non si sente altro che parlare di “civiche”: forse perché a Carbonia, quanto a partiti e organizzazioni di partecipazione alla politica, siamo ormai al livello zero o pure sotto lo zero. E non per un accidente del destino maledetto, quanto per un progetto ben preciso, ideato e realizzato da varie generazioni di classe politica cittadina degli ultimi decenni. Sempre ben decisa a stroncare ogni forma di partecipazione effettivamente democratica e scientificamente decisa a cancellare ogni luogo fisico di riunione e discussione, in quanto possibilità di metterne in discussione il ruolo. Con l’andare del tempo, le consuetudini della partecipazione sono deperite fino a disseccarsi definitivamente, sebbene per un certo, non breve periodo i responsabili della tragica operazione, superstiti di altre e più fortunate epoche, siano riusciti a farne ancora fruttare la rendita. Adesso, e già quattro anni fa, siamo ed eravamo alla frutta: alle ultime comunali la proliferazione di “civiche” ha prodotto il nulla dal punto di vista politico e ha determinato uno scadimento nella qualità delle candidature davvero deprimente: elenchi di persone spesso senza arte né parte, che non si erano mai interessate non già alla politica, che sarebbe troppo, ma neppure a ciò che sta loro intorno sono state poste al vaglio dell’elettorato non sa si capisce bene con quale scopo, progetto, idea di sé e della città. Operazioni a metà strada fra l’insipienza e l’indifferenza, liste ciniche inventate per raggranellare qualche voto non raramente senza riuscirci e che hanno finito per sputtanare irrimediabilmente la partecipazione alla vita politica della nostra comunità. Li incontri per strada, certuni e, quando ti dicono “sai? mi sono candidato” ti viene da chiedergli non “con chi?” ma “perché?”.
Nella primavera del 2021, da quel che sembra di dover capire, ne vedremo delle brutte e l’unico simbolo di valenza nazionale potrebbe essere incredibilmente il non-partito M5S, il quale potrebbe aprire – lo si è stabilito da tempo – all’accordo con “liste civiche”, e dringhili. Gli altri a destra e a sinistra paiono decisi a nascondere le sigle e camuffarsi in agglomerati più o meno coerenti e decifrabili, guidati da pochi intimi, senza partecipazione, senz’anima, solo alchimia e sommatorie di consensi virtuali e presunti.
Nel buio del dopo COVID-19, fantasmi che vagolano niente affatto rassicuranti.

Giovanni Di Pasquale

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